Ogni anno qualcuno fa scrivere un piano strategico. Dopo sei mesi, quel file è l'ultimo dei pensieri. Non perché sia sbagliato: perché non è mai diventato il modo in cui l'azienda decide.
Il piano che nessuno riapre
Un piano scritto da fuori, senza che l'organizzazione lo abbia discusso, resta un documento ben impaginato. Serve a tranquillizzare chi lo ha commissionato, non a cambiare qualcosa.
La strategia non è un manufatto: è una pratica. Vive nelle riunioni in cui si dice no, nelle risorse spostate da un'iniziativa all'altra, nei criteri con cui si accetta o si rifiuta un ordine.
Una direzione, non un elenco di intenti
Quasi tutti i piani che leggiamo contengono obiettivi ragionevoli: crescere, digitalizzarsi, migliorarsi. Quello che manca è la parte che costa: cosa non faremo, cosa sospendiamo, cosa rende meno di quanto assorbe.
Una direzione vera esclude. Se un piano non esclude nulla, non ha ancora deciso niente: ha solo descritto la situazione con un font migliore.
Il test di febbraio
La qualità di una strategia si vede nei mesi in cui nessuno la rilegge. Quando arriva un ordine in perdita, un cliente che chiede uno sconto, un'opportunità fuori perimetro: se chi decide ha criteri condivisi, la risposta è rapida e coerente.
Se i criteri non ci sono, si decide in funzione dell'urgenza. E la strategia, nel frattempo, era decorazione.
Come la costruiamo
Partiamo dai numeri e dalle persone: dove sta davvero il margine, cosa chiede il mercato, cosa l'organizzazione può reggere. Poi definiamo tre priorità, ciascuna con un responsabile e un indicatore, e un ritmo trimestrale di verifica.
Il documento arriva alla fine, come sintesi di decisioni già prese. Non come promessa di inizio anno.

